Sam Brown è un soldato americano che, durante il suo primo incarico in Afghanistan, è stato incendiato vivo da un ordigno artigianale. Il suo corpo è stato coperto dal fuoco, il suo volto sfigurato, ha viaggiato al confine della morte, ma è sopravvissuto. Dopo qualche mese, tornato negli Stati Uniti, ha cominciato un lungo viaggio sulla strada per la riabilitazione. Per una vittima di ustioni di questo livello, significa passare la vita a gestire in ospedale la condizione di un corpo precario, nel quale la pelle va continuamente aggiustata e curata per evitare lacerazioni e ferite, mentre acquista un poco più di forza, lentamente. È una pelle delicatissima, che ogni volta che viene toccata lancia scariche di dolore che annichiliscono il sistema nervoso. Gli antidolorifici aiutano, ma non sono abbastanza per impedire al processo di riabilitazione di sottoporre i pazienti a sedute molto dolorose.
Hunter Hoffman, un ricercatore universitario specializzato nella gestione del dolore, ha lavorato su casi come quelli di Sam Brown per decenni, e quando i due si sono incontrati aveva già sperimentato un approccio diverso alla gestione del dolore. Invece di intervenire chimicamente, come si fa di solito, Hoffman ha deciso di distrarre il paziente grazie a videogiochi pensati specificamente per tenere occupata la mente nei momenti in cui il corpo viene sottoposto a prove particolarmente dolorose, con la consapevolezza che uno dei motivi fondamentali per cui il nostro corpo percepisce il dolore è l’atto stesso di pensare al dolore. Per casi come quello di Brown, Hoffman ha sviluppato Snoworld, un semplice sparatutto in prima persona dove il giocatore si avventura in un percorso ghiacciato con l’unico obiettivo di lanciare palle di neve a una serie di bersagli innocui. Nulla di violento o avvincente, ma una pura distrazione che, anche grazie allo scenario ghiacciato, aiuta il paziente a ignorare il dolore lacerante delle operazioni a cui è sottoposto. Ed effettivamente le ricerche sembrano dimostrare che la riduzione del dolore ottenuta con l’uso di Snoworld sia notevole: riesce quasi a dimezzare la sensazione di dolore per il paziente.
L’efficacia di questo trattamento contro il dolore è direttamente legato all’immersività: i ricercatori hanno provato a far giocare ai pazienti un videogioco standard, da guardare in televisione, e i risultati sono stati piuttosto mediocri. Per quanto ci fosse un elemento di distrazione legato al coinvolgimento che si prova nell’interagire con una serie di sfide, la percezione del dolore non è diminuita radicalmente. Tutto è cambiato quando i ricercatori hanno cominciato ad usare sofisticati visori immersivi, solitamente usati per addestrare piloti di aerei, che permettono al paziente di isolarsi totalmente dal mondo in cui viene operato. L’articolo di GQ che descrive la storia di Brown è un’ottima lettura e una finestra in un mondo ancora poco esplorato, che potrebbe permettere alla medicina di trovare nuovi modi per affrontare il disagio vissuto da molti pazienti in condizioni come quella di Brown. La realtà virtuale è attualmente usata per trattare fobie particolari (come quella degli insetti, o della sporcizia) e per aiutare i soldati a superare lo stress post traumatico di ritorno da eventi particolarmente intensi provati in battaglia. Altri usi vengono studiati regolarmente, e con il diminuire del costo dei visori specializzati, queste terapie potranno essere usate con sempre maggiore frequenza.
Emilio Bellu